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"LE COOPERATIVE CASEARIE IN SARDEGNA"

LA COOPERATIVA

“SA COSTERA” DI ANELA (SS)

 

 

di Daniele Porcheddu e Fabio Angotzi

 

 

 

 

La sub-regione del Goceano

 

L’economia del Goceano[1] è basata, da sempre, su agricoltura e pastorizia; la superficie agraria utilizzabile, che costituisce l’80% dell’intero territorio, è quasi interamente sfruttata dagli allevamenti ovini, bovini e suini, condotti in prevalenza allo stato brado. Lo studio di Camba et al. (1966), sulla base di cinque indicatori, colloca la regione agraria della montagna del Goceano e di Alà dei Sardi tra le zone semi-pastorali dell’Isola, evidenziando il più elevato rapporto, al 1961, nella provincia di Sassari, tra numero di ovini e caprini e popolazione residente (coefficiente pari a 5,08 capi per abitante)[2]. Tra l’altro, sostanzialmente, si tratta di una sub-regione interessata, tutto sommato marginalmente, dal fenomeno della transumanza degli ovini (se non al suo interno), mentre è, limitatamente, meta di greggi provenienti da altre sub-regioni (tipicamente alle pendici del Massiccio del Gennargentu) (Bergeron, 1967; Idda et al., 1984).

Attualmente, il 95% della superficie agraria è adibita a pascolo e ad attività pastorali.

Si può quindi capire come, nel Goceano, un ruolo importante dal punto di vista economico sia ascrivibile al comparto zootecnico, che conta su un patrimonio ovino consistente: 80.000 capi, più della metà dei quali di proprietà di allevatori dei paesi di Benettutti, Nule e Bono[3]. L’allevamento si basa quasi esclusivamente sul pascolo naturale, poiché, anche nel Goceano, la riforma agro-pastorale non ha prodotto evidenti mutamenti.

Nel mondo agropastorale locale, tuttavia, non mancano esempi di capacità imprenditoriale come testimonia il caseificio di Anela. La Latteria sociale “Sa Costera” ha comunque avuto un avvio difficile: come in altre circostanze, burocrazia e diffidenza verso la forma associazionistica cooperativa ne hanno rallentato il decollo.

 

 

La nascita della Cooperativa di Anela: un confronto con le realtà cooperativistiche circostanti: 1966-1978

 

La Latteria sociale “Sa Costera”, società cooperativa a responsabilità limitata, è stata costituita il 12 luglio 1966.

Alla Cooperativa aderirono, già inizialmente, soci provenienti da tutti i paesi del Goceano. Questo fatto, peraltro singolare nel panorama cooperativistico della Sardegna, caratterizzato da un notevole grado di “campanilismo” (Gentili, 1954), sembra apparentemente testimoniare il forte elemento identitario di tale sub-regione storica. Tra l’altro, il nome che fu scelto per la Cooperativa denomina, in dialetto sardo, l’intera sub-regione (nota proprio come “Sa Costera”, a ricordarne le caratteristiche geo-morfologiche).

Secondo i dati riportati in Pinna (2003, p.143), la Cooperativa, al 1970, risulta beneficiaria di uno stanziamento finanziario di circa 300 milioni di lire a valere sugli stanziamenti della legge cosiddetta sul Piano di rinascita della Sardegna (legge 588 del 1962).

In particolare, il finanziamento a tale iniziativa cooperativistica nel settore lattiero-caseario (dopo che erano state ipotizzate, senza mai concretizzarsi, altre espressioni cooperative per la medesima sub-regione, per esempio in ambito vitivinivolo) rappresentava un “indirizzamento” ben specifico, grazie all’intervento di influenti politici locali, degli stanziamenti previsti a favore della quarta zona omogenea (di cui faceva parte il Goceano)[4] dalle articolazioni del Piano stesso approvate dal Consiglio regionale della Sardegna.

Negli stessi anni, iniziative cooperativistiche erano in progetto anche nelle vicine località, sempre in provincia di Sassari, di Pattada e Buddusò.

Per vari motivi, tra cui probabilmente la preesistenza di una già non trascurabile struttura casearia capitalistica[5], nell’area di Buddusò, il progetto del caseificio cooperativo non prese mai vita effettivamente.

Le aree di Pattada e di Anela, pur essendo territorialmente abbastanza vicine, sono state protagoniste di percorsi dissimili.

A Pattada, agli inizi degli anni Settanta, si ebbe la fusione di due cooperative preesistenti[6]; questa fusione fu praticamente imposta come condizione per poter ottenere i finanziamenti previsti dal Piano di rinascita della Sardegna.

Nel Goceano, la compagine degli allevatori era caratterizzata da orientamenti politici differenti; più precisamente erano presenti due frange: una di orientamento cattolico, dominante, ed una, molto più vicina al mondo della sinistra. Una tale situazione comportava non pochi ostacoli per la creazione di un’attività cooperativa; comunque, tali impedimenti furono superati grazie all’intervento conciliante di politici locali, dell’Etfas[7] (l’attuale Ersat, Ente regionale di sviluppo e assistenza tecnica in agricoltura) e delle centrali cooperative.

Come abbiamo già detto, la Cooperativa di Anela e quella di Pattada sono territorialmente vicine, quindi riteniamo utile un confronto dei rispettivi percorsi, anche perché i loro periodi di attività sono sostanzialmente contestuali. Tra l’altro, attualmente, i bacini del latte delle due cooperative si intersecano, visto che un certo numero di allevatori di Benetutti e di Nule conferiscono il latte presso la Cooperativa di Pattada (Campus, 2001).

È possibile dunque esaminare i fatti salienti che hanno interessato la Cooperativa “La Concordia”, al fine di individuare i punti d’incontro e quelli di divergenza con l’esperienza della Cooperativa “Sa Costera”.

La Cooperativa “La Concordia” si costituì il 18 agosto 1970 ed iniziò ad operare solamente nel 1979, proprio come la Cooperativa di Anela.

Inizialmente i soci aderenti furono 72, ma raddoppiarono durante il primo anno d’attività[8]. La costruzione degli impianti ebbe inizio nel 1975 ma, come già detto, il caseificio diventò operativo solo nel 1979, a causa di una lunga serie di problemi di natura burocratica[9].

Quest’ultimo aspetto ha caratterizzato anche la fase d’avvio della Cooperativa di Anela, infatti, nel periodo che va dal 1966, anno della fondazione, a tutto il 1978, la Cooperativa non svolse attività di trasformazione stricto sensu. Tuttavia, al fine di mantenere la coesione tra coloro che avevano aderito all’iniziativa, si decise di raccogliere sistematicamente il latte ovino da tutti i soci e di conferirlo alla Cooperativa casearia di Orune[10].

Malgrado alcune similarità, l’esperienza cooperativistica di Anela ha sicuramente radici storiche meno profonde di quella vissuta a Pattada.

A Pattada, infatti, si ricorda ancora un’esperienza pionieristica di impresa cooperativa che si fa risalire ai primi decenni del secolo appena trascorso (Campus, 1936, pp.12-13) e che ha lasciato evidenti tracce anche dal punto di vista linguistico nella parlata locale, visto che, dopo la sua scomparsa, l’impresa capitalistica di trasformazione che le succedette continuava ad essere chiamata “sa cooperativa”.

Per il vero, esperienze cooperative è dato di riscontrare in passato anche nel Goceano, ma esse avevano prodotto più che altro conseguenze negative nell’immaginario collettivo degli abitanti di questa sub-regione[11]. Infatti, già nel 1954, era sorta a Nule una cooperativa tra pastori che non ebbe molta fortuna, ma anche più indietro nel tempo, precisamente subito dopo la prima guerra mondiale, si registrò la nascita di tre latterie sociali, di cui una proprio ad Anela e le altre due nei vicini paesi di Bono e Benetutti (Campus, 1936, p.13).

Anche la scelta localizzativa della Cooperativa di Anela riflette una serie di opportunità e di vincoli (di natura istituzionale, ma non solamente)[12].

Tra le diverse ragioni della scelta, prima fra tutte si può ricordare il fatto che quest’area si trova in posizione centrale, dal punto di vista logistico e dei servizi, rispetto ai vari paesi del Goceano.

Questa centralità si accentuò in seguito alla realizzazione della strada a scorrimento veloce Abbasanta-Olbia, disposta quasi parallelamente al corso del Tirso e tracciata seguendo l’antico percorso “Caminu de sos Romanos”[13], che collega in modo più agevole i nove paesi del Goceano tra loro. Tale area, inoltre, come risulta da diverse interviste, rappresentava anche una sorta di “baricentro politico”, in quanto «metteva d’accordo l’orgoglio individuale» di ciascuno dei nove paesi del Goceano.

Del nucleo fondatore facevano parte Sebastiano Fenu, come presidente, e Salvatore Campagnani, vicepresidente; entrambi restarono in carica fino al 1981, cioè fino al regolare avvio dell’attività di trasformazione.

Dato l’orientamento politico di tali figure, la configurazione dell’organigramma ha sicuramente il senso di una mediazione politica che perdura, sia durante gli anni della fase preparatoria, che nel corso della prima fase di avvio della produzione casearia, assicurando una sorta di completa rappresentanza degli schieramenti politici locali.

Forme di compromesso analoghe si registrano anche nell’esperienza cooperativa di Pattada, infatti, il presidente, come figura super partes, fu individuato in un liberale “storico”, mentre i due vice-presidenti, espressione di opposte vedute politiche, e i componenti del consiglio d’amministrazione vennero individuati in modo tale da dare rappresentanza ai soci di Pattada, di Ozieri e di Nughedu San Nicolò (cioè i paesi rientranti nel bacino del latte “naturale” della Cooperativa).

A questo punto, però, è opportuno chiedersi, al di là delle evidenti opportunità di natura istituzionale (come una legislazione regionale estremamente favorevole alla nascita di cooperative pastori nel comparto caseario)[14], quali ulteriori motivazioni locali abbiano favorito la nascita della Cooperativa di Anela, che costituisce ancora oggi la più importante presenza industriale nella sub-regione del Goceano.

Secondo uno schema ricorrente (Bussa, 1978), anche in Goceano, alla metà degli anni Sessanta, si assisteva ad un contesto di sproporzionato potere dei cosiddetti “industriali”[15] nei confronti degli allevatori locali, nelle fasi di contrattazione del prezzo del latte ovino. Tra l’altro, come ben descritto da Bussa (1978) e da Lei-Spano (1922), gli industriali, attraverso il sistema della caparre (indispensabili spesso per pagare gli affitti dei pascoli), potevano in sostanza “vincolare” pesantemente i pastori da un punto di vista finanziario, visto che in Sardegna, in genere, non vi è coincidenza tra proprietà della terra e proprietà del gregge[16].

Il bacino latte, nel quale opererà successivamente la Cooperativa “Sa Costera”, infatti, si divideva tra diversi “industriali” della stessa sub-regione o di sub-regioni limitrofe: i Tanda di Burgos, i Pinna di Thiesi, i Pericu di Ozieri e altri minori.

Anche in questa cornice sembra essere plausibile far riferimento alla dinamica che porta gli allevatori ad integrarsi verticalmente a valle, lungo la filiera, controllando ulteriori fasi del sistema del valore connesso alla produzione-trasformazione-distribuzione del latte ovino, in termini di reazione a meccanismi di remunerazione della materia prima (il latte ovino, appunto) poco favorevoli per il pastore[17].

Tuttavia, riteniamo che, probabilmente, il grado di dipendenza (in sostanza il livello di indebitamento dei pastori locali nei confronti degli industriali) non fosse comunque particolarmente evidente in questa sub-regione (se rapportato ad alcune sub-regioni limitrofe, come il Marghine, per esempio), data la consistente rilevanza in Goceano di pascoli aventi carattere demaniale e, quindi, della persistenza di condotte connesse al godimento collettivo delle terre. In Goceano, in effetti, attualmente, circa 1/6 dell’intera superficie sub-regionale è costituita da aree di proprietà demaniale, e ciò rappresenta un retaggio di vicende storiche risalenti al XIX° secolo. Sarebbe anche interessante testare tale ipotesi in termini statistici, valutando se il grado di adesione dei soci alla nascente Cooperativa “Sa Costera” nei diversi comuni della sub-regione considerata possa essere associato negativamente alla consistenza di pascoli demaniali nel territorio comunale.

Per il vero, il fenomeno della rilevante presenza di terreni demaniali è stato riscontrato come particolarmente intenso anche con riferimento a Pattada e alla sua sub-regione di appartenenza (Idda e Nuvoli, 1981)[18].

Come avvenuto in altri contesti (Bussa, 1978), tuttavia, e diversamente da quanto riscontrato con riferimento alla caso della Cooperativa “La Rinascita” di Onifai (cfr. il capitolo sesto di questo stesso volume), un ruolo potremmo dire di “catalizzatore” delle spinte cooperativistiche locali deve essere attribuito non ad un pastore, ma ad un personaggio appartenente alla classe borghese, proprietario di terre e di bestiame, che diventerà, tra l’altro, il primo presidente della Cooperativa “Sa Costera”.

 

 

 

 

L’inizio dell’attività di trasformazione e i primi problemi di commercializzazione: 1979-1995

 

Il 12 gennaio del 1979, dopo circa tredici anni dalla sua fondazione, la Cooperativa inizia effettivamente l’attività di trasformazione del latte.

I litri di latte lavorati durante il primo anno di attività furono solamente 491.000[19], ma la quantità trasformata, in soli sei anni, si attesta su valori intorno ai 3 milioni di litri.

Questa progressione[20] evidenzia, da una parte, il progressivo superamento degli inevitabili problemi di natura produttiva, connessi all’intrapresa di una qualsivoglia attività di trasformazione, dall’altra, dimostra il consenso in termini di nuove adesioni di soci conferitori all’interno del bacino del latte della Cooperativa.

Nei primi anni Ottanta, infatti, il prezzo che i “privati” pagavano all’allevatore per un litro di latte, era di circa 420 lire; l’inizio della produzione della Cooperativa vide, invece, un innalzamento del prezzo di 120 lire al litro, questo vantaggio monetario di cui godevano i soci servì ad attirare evidentemente quegli allevatori che si erano mostrati inizialmente scettici nei confronti della cooperazione e che in un primo momento non avevano aderito. La Cooperativa “Sa Costera”, infatti, diventa progressivamente una delle “colonne portanti” di un’economia che, come quella del Goceano si può definire a prevalente carattere agro-pastorale.

Di questo elemento sembra tenere conto ormai anche l’Ersat che in una relazione tecnica illustrata a Bono nel 1983, indica il potenziamento della Cooperativa come una delle priorità della modernizzazione dell’assetto agro-pastorale dell’intera sub-regione (La Nuova Sardegna, 5 novembre 1983)[21].

Dal punto di vista del portafoglio prodotti, si registra una connotazione iniziale quasi monoculturale orientata verso il formaggio Pecorino romano (peraltro attenuatasi, almeno in parte, attualmente).

A partire dal 1968 la Cooperativa di Anela, similmente a quella di Pattada, decide di aderire alla cooperativa di secondo grado “Consorzio latterie sociali Sardegna”[22] (che contava in quel momento una base composta da una trentina di imprese cooperative), già ricordato (con le sue alterne fortune) illustrando il caso della Cooperativa “La Rinascita” di Onifai. Questo rapporto di “dipendenza” nella fase di commercializzazione, iniziato comunque, effettivamente, solo a partire dall’annata 1979-1980[23], viene ad interrompersi, di fatto, a partire dal 1990 a causa delle crescenti difficoltà gestionali del Consorzio stesso[24].

Il motivo della scomparsa del Consorzio è probabilmente dovuto al fatto che i prezzi di trasferimento del formaggio dalle cooperative al Consorzio stesso erano troppo elevati, date le condizioni di mercato; di conseguenza, il Consorzio non riusciva a vendere, le produzioni casearie, successivamente, ad un prezzo che gli permettesse di avere margini di realizzo sufficienti a coprire le spese di gestione.

Sostanzialmente, nel lasso di tempo dal 1990 al termine del periodo da noi esaminato (il 1995), la Cooperativa si avvale di tre canali di distribuzione: a) canale lungo, che prevede il ricorso al grossista (non necessariamente italiano, anzi, in questa fase si rafforzano i legami con grossisti olandesi), b) ricorso ad utilizzatori industriali (si tratta, in specie, di imprese americane che impiegano il pecorino romano grattugiato, per miscelarlo ad altre tipologie di formaggi), c) canale diretto, costituito dallo spaccio aziendale, attiguo agli stabilimenti di produzione e deputato alla vendita di pecorino sardo, ricotte e altri prodotti caseari[25].

A partire dal 1983, la Cooperativa di Anela deve affrontare i riflessi di una profonda crisi del mercato del Pecorino romano, definita questa volta non di natura ciclica, quanto di tipo strutturale, e connessa alla sovrapproduzione di tale tipo di formaggio.

Si stima, in particolare, che, a livello aggregato, lo squilibrio dell’offerta rispetto alle capacità di assorbimento della domanda di Pecorino romano si aggirasse intorno al 20-25% (Idda et al., 1984). Le nostre elaborazioni a livello aggregato su dati del Consorzio di tutela del Pecorino romano evidenziano, nel passaggio dall’annata casearia 1982-1983 a quella 1983-1984, un incremento della produzione pari al 34%, mentre, contestualmente, dal 1982 al 1983, l’export di tale tipologia di formaggio fa registrare un calo del 15% circa. Negli anni immediatamente successivi, a fronte di una certa ripresa delle esportazioni, si assiste a incrementi più che proporzionali dal punto di vista delle produzioni[26].

In parte, tali difficoltà sono state attutite dal ricorso, da parte delle Amministrazioni regionali e del Consorzio di tutela del pecorino romano, all’Aima (Azienda per l’intervento nel mercato dei prodotti agricoli) che ha gestito un intervento pubblico di ammasso di produzioni di Pecorino romano in misura pari a circa la metà delle eccedenze ricordate sopra (in sostanza circa 25.000 quintali di prodotto remunerate a 7.500 lire al Kg, cfr. Idda et. al., 1984).

L’esame della remunerazione per litro di latte conferito e dell’andamento del numero di soci ci portano a pensare che la Cooperativa abbia ben attutito gli effetti della crisi in parola.

Fino al 1990 i maggiori conferitori sono i soci dei comuni di Benetutti e Nule, in eguale misura, e Bono. In questi anni la Cooperativa conta circa 350 soci e 4 miliardi e mezzo di lire di fatturato (pari a circa 2,3 milioni di euro) ed è in grado, inoltre, di garantire l’assistenza veterinaria alle aziende associate grazie all’attività svolta dall’Ara[27].

 

 

Spinte centrifughe nella base sociale tentativi di razionalizzazione della funzione commerciale della Cooperativa: 1996-2002

 

Sul finire del 1995, la Cooperativa partecipa alla fondazione, congiuntamente ad altre cooperative, del Consorzio Sardinian Coop Direct[28].

Questo Consorzio si occupa della commercializzazione di una parte del formaggio Pecorino romano, che rappresenta ancora il 90% dell’intera produzione della Cooperativa[29]. Complessivamente, però, la quota di Pecorino romano che la Cooperativa affida al Consorzio per la commercializzazione è abbastanza contenuta, ed oscilla tra il 20 e il 25% della quantità prodotta.

Questo dato fa sì che le politiche di commercializzazione della Cooperativa Sa Costera si discostino in misura evidente da quelle adottate dalla vicina Cooperativa di Pattada che, in seguito all’adesione al Consorzio Agriexport, affida gran parte del suo prodotto a questa organizzazione (Campus, 2001)[30].

Tra l’altro, dalle interviste condotte in azienda è emersa l’inesistenza di vincoli di conferimento al Consorzio Sardinian Coop Direct. In virtù di questa autonomia in fase di commercializzazione, le vendite di Pecorino romano seguono sentieri diversi dettati dalla convenienza congiunturale. In altre parole, alla fine del periodo di stagionatura del Pecorino romano (cinque mesi), a seconda delle offerte provenienti dal mercato e dal Consorzio, si decide se vendere a quest’ultimo o al primo in base a chi offre il prezzo migliore.

Dunque, volta per volta o, come dicono gli addetti ai lavori, “contenitore per contenitore”, si confrontano i prezzi e si sceglie il canale di commercializzazione più conveniente[31].

Il Pecorino romano viene prodotto da dicembre a luglio, ma non necessariamente viene venduto tutto alla fine dei cinque mesi di stagionatura. Infatti, se la Cooperativa non trova il cliente che offre un prezzo soddisfacente, adotta una logica attendista e, di conseguenza, si procede a “bloccare” la maturazione del formaggio, mettendolo sottovuoto. Nel caso si decida di vendere il prodotto senza coinvolgere il Consorzio, ci si affida a pratiche di commercializzazione e conoscenze dirette degli acquirenti nord americani o dei grossisti olandesi, sedimentate in tanti anni di attività (in specie nella fase finale del periodo descritto nel paragrafo precedente).

Sono anche evidenti le ripercussioni sulla composizione del portafoglio prodotti della Cooperativa (sbilanciato inevitabilmente verso formaggi a lunga conservazione come il Pecorino romano) derivanti dalla logica attendista-opportunistica, in fase di commercializzazione, descritta sopra.

Una parte residuale del portafoglio prodotti (pari a circa il 10% dell’intera produzione), comprende, oltre al formaggio Sandalio e al Pecorino sardo, formaggi spalmabili e ricotta destinati ai mercati locali; verso questi ultimi è indirizzata anche la produzione di formaggi vaccini tipo peretta.

Questa caratterizzazione quasi monoculturale del portafoglio prodotti ha “sensibilizzato” l’economia della Cooperativa alle alterne vicende che hanno interessato negli ultimi anni le esportazioni di Pecorino romano (riduzione dei premi all’export e variabilità del tasso di cambio lira versus dollaro e, successivamente, euro versus dollaro); l’esame dei bilanci aziendali, tuttavia, mostra nel complesso una buona tenuta del fatturato mediamente registrato negli anni dal 1996 al 2000 (ed ascrivibile per almeno l’80%, in media, al Pecorino romano); pur in un contesto di variabilità, parrebbe quindi che il deprezzamento della lira nei confronti del dollaro in quegli anni abbia esercitato un effetto più che compensativo rispetto agli effetti della riduzione delle restituzioni all’export[32].

Attualmente, il numero dei soci oscilla intorno alle 350 unità (un numero circa cinque volte superiore a quello registrato nei primi anni di attività di trasformazione)[33] provenienti da tutti e nove i paesi del Goceano, ma anche da paesi di sub-regioni limitrofe quali Sarule, Osidda e Fonni (località della provincia di Nuoro) che allevano le proprie greggi nei territori della zona. Il 1997 segna, tuttavia, un delicato momento di inversione del fenomeno di ampliamento della base sociale della Cooperativa, registrandosi, infatti, un decremento numerico di circa 50 soci (L’Unione Sarda, 14 agosto 1997), con una perdita di materia prima stimabile in circa 800.000 litri di latte[34]. Questo episodio, date le motivazioni raccolte nel corso di alcune interviste[35], potrebbe anche evidenziare la vulnerabilità della base sociale dinanzi ad un crescente tasso di eterogeneità al proprio interno (quasi inevitabile, in un contesto caratterizzato dall’ampliamento della stessa base sociale e dall’afferenza di allevatori provenienti da sub-regioni limitrofe)[36]. In questo senso, l’episodio potrebbe essere segnaletico di spinte centrifughe che potrebbero incrinare gli equilibri storicamente consolidatisi nell’impresa che stiamo considerando.

Hind (1999) sostiene che sia possibile individuare un ciclo di vita della cooperativa in cui ciascuna fase si caratterizza per un diverso livello di coerenza tra gli obiettivi dei soci e che, nelle fasi di maturità, la cooperativa tenda a perseguire gli obiettivi del management anziché quelli dei soci. Data la sostanziale coincidenza, nelle cooperative casearie sarde, tra amministratori e management (sono eccezioni le cooperative che presentano in organigramma dirigenti professionisti), è evidente, seguendo il ragionamento di Hind (1999), che possano sorgere contrasti anche molto accesi tra fazioni per “esprimere” le più alte cariche amministrative, poiché ciò avrà evidenti riflessi sugli obiettivi che la Cooperativa tenderà a perseguire in futuro[37].

Tra l’altro, ad aggravare il contesto di eterogeneità di cui stiamo discutendo, l’esame delle caratteristiche delle aziende zootecniche che afferiscono al bacino latte della Cooperativa mostra evidenti segnali di “dualismo”: da una parte, un certo numero di aziende moderne (dotate di ricoveri razionali per il gregge, di energia elettrica, di acqua potabile, di mungitrici, di tanks refrigerati e di una facile raggiungibilità con mezzi motorizzati), dall’altra, una parte consistente di aziende ancora gestite secondo modalità che potremmo definire “tradizionali” (per non dire irrazionali)[38]. È interessante anche notare che gli allevatori interessati dall’episodio appartenevano a paesi “di confine” rispetto alla regione storica della Cooperativa (cioè il Goceano) e presentavano (almeno teoricamente) una pluralità di opzioni di conferimento verso altre realtà produttive (tipicamente, verso la già più volte ricordata Cooperativa casearia di Pattada)[39]. Tali allevatori “di confine”, in un eventuale contesto di malcontento per le scelte gestionali, possono essersi rivelati maggiormente sensibili all’esercizio dell’opzione exit piuttosto che di quella voice (secondo la tradizionale distinzione di Hirschman, 1970)[40].

Da un punto di vista produttivo, inoltre, il discorso relativo all’ampiezza della base sociale e della quantità di latte complessivamente conferito nel corso dell’annata, è legato a doppio filo a quello dell’efficienza della fase di trasformazione del latte in formaggio. Nonostante, nel caso che stiamo studiando, si sia raggiunta fin dall’inizio dell’attività una dimensione intercomunale del bacino latte (cosa che non sembra essere avvenuta, se non abbastanza di recente, per quanto riguarda la Cooperativa di Pattada cfr. Idda e Nuvoli, 1981, p.215; Campus, 2001), anche la Cooperativa di Anela evidenzia, attualmente, i “canonici” (per le cooperative casearie sarde) problemi di sottoutilizzazione degli impianti di trasformazione (Benedetto et al., 1995; Setzi e Antoniacci, 1988). Si è rilevato, infatti, che gli impianti della Cooperativa Sa Costera potrebbero trasformare fino a 8.000.000 di litri di latte, invece ne trattano negli ultimi anni, mediamente, circa 6.000.000[41].

Inoltre, dall’analisi della curva di lattazione degli allevamenti del bacino latte della Cooperativa, si desume un insoddisfacente sfruttamento degli impianti, che non ottengono materia prima nei mesi compresi tra agosto e novembre. Tutto ciò può essere compreso meglio osservando i coefficienti d’utilizzazione degli impianti (riferiti all’annata 2000-2001) espressi nella tabella 7.1[42] e relativi, rispettivamente, all’utilizzo durante l’intera stagione, durante l’arco di 180 giorni di attività e nel mese di massima produzione (che nel caso della Cooperativa che stiamo analizzando risulta marzo).

 

Tab. 7.1. Coefficienti di utilizzazione degli impianti cooperativi (annata 2000-2001)

 

Latte trasformato nell’intera annata (litri)

Latte trasformato in 180 giorni (litri)

Latte trasformato nel mese di punta (litri)

Capacità degli impianti per 6 h e 40’ di lavoro giornaliero (litri)

Coefficiente d’utilizzazione degli impianti riferito a:

Durata della stagione di lavorazione

180 giorni di lavorazione

Mese di punta

 

6.293.894

5.554.407

1.164.652

54.000

48.56%

57.14%

71.89%

 

 

Fonte: Nostre elaborazioni su dati aziendali.

 

I coefficienti di utilizzazione calcolati, in realtà, rappresentano un valore medio valutato sugli impianti operanti nelle varie linee di trasformazione del latte ovino nelle varie tipologie di formaggio, ciò vuol dire, in pratica, che per certe linee di produzione tale situazione può risultare meno grave che per altre. Ammettendo una tradizionale forma ad “U” della curva delle economie di saturazione di impianto è facile capire, anche se non siamo in grado di valutare la pendenza della curva nei vari punti per l’impresa che stiamo analizzando, quali ripercussioni sul conto economico possa avere un grado di utilizzo medio, pari a meno del 50% dell’intera capacità produttiva disponibile, che si collochi nel tratto decrescente di tale curva (una stima della curva delle economie di saturazione delle imprese cooperative casearie sarde, riferita al periodo 1984-1986 è riportata in Appendice 1 al capitolo)[43].

Il contesto descritto persiste anche dopo che, a seguito della direttiva Cee, recepita nel 1997, la Cooperativa ha beneficiato di un finanziamento per il rimodernamento o sostituzione d’impianti obsoleti al fine di avere i necessari requisiti igienico-sanitari per la manipolazione e la trasformazione del latte.

Sotto il profilo strategico, la situazione appena descritta apre all’impresa Cooperativa: a) una opzione di ordine quantitativo, b) una soluzione di tipo qualitativo, c) una risposta di natura “ibrida”.

La prima opzione implica una campagna di persuasione nei confronti di ulteriori allevatori (all’interno della stessa sub-regione o nell’ambito di sub-regioni limitrofe) nel tentativo di ampliare la base sociale (con il rischio, tuttavia, di innescare pericolose spinte centrifughe e problemi di governabilità della Cooperativa, connessi al presumibile incremento del grado di eterogeneità della base sociale della stessa)[44].

La seconda opzione, invece, richiede uno sforzo ulteriore di sensibilizzazione della base sociale verso forme razionali di allevamento (con tutte le implicazioni evidenti in termini di incremento della quantità di latte prodotto per capo ovino, di numero di ovini per azienda zootecnica[45], di smussamento del carattere di stagionalità del conferimento, per non considerare, poi, i riflessi in termini di innalzamento della qualità della materia prima conferita[46]), tale opzione, evidentemente, implica, oltre ad evidenti capacità di mediazione della Cooperativa stessa, anche il ricorso alla consulenza specializzata dell’Ara (come già in parte sta accadendo) e dell’Ersat.

La terza opzione, infine, è di tipo “misto” poiché implica sforzi in entrambe le direzioni (in questa direzione sembra andare, per esempio, l’iniziativa dell’istituzione di un fondo che potrebbe ben presto permettere alla Cooperativa di erogare prestiti ai soci conferitori al fine di razionalizzare la conduzione della propria azienda o addirittura al fine di acquistare la proprietà del fondo sul quale insiste la stessa azienda, con gli evidenti incentivi successivi, per l’allevatore, ad effettuare miglioramenti fondiari).

 

 

 

 

 



[1] Il Goceano è una regione storica ubicata all’incirca al centro della Sardegna, con i confini orientale ed occidentale pressoché equidistanti dalle rispettive linee di costa dell’Isola. I comuni che vi appartengono sono ben 9: Anela, Benetutti, Bono, Bottida, Bultei, Burgos, Esporlatu, Illorai e Nule.

[2] Al 1961, inoltre, tale rapporto è il quarto, in ordine di grandezza decrescente, a livello regionale (Camba et al., 1966).

[3] A Bultei, Benettutti e Illorai, invece, è concentrato l’80% dei quasi 10.000 bovini.

[4] L’articolazione della programmazione degli interventi a livello di “zone omogenee” era un principio già affermato nel Rapporto conclusivo sugli studi per il Piano di rinascita redatto nel 1959 da un Gruppo di lavoro che raccolse gli studi, realizzati nell’arco di quasi un decennio, da una Commissione di studio per l’analisi e la valorizzazione delle risorse della Sardegna (Maurandi, 1998, p.272). Con legge regionale n.7 del 1962 si istituirono effettivamente le zone omogenee, così come del resto previsto dalla legge nazionale sul Piano di rinascita della Sardegna. Il numero di zone omogenee individuato sulla base di indicatori economici e storico-sociali fu di ben 15.

[5] Nel 1963, infatti, viene fondata a Buddusò, in provincia di Sassari, la società di fatto Sardaformaggi (poi trasformata in società per azioni e, attualmente, la seconda impresa casearia della Sardegna, in termini di fatturato) (Nieddu, 2001). Da interviste condotte ad allevatori anziani dell’area di Buddusò è possibile rilevare il clima di fiducia ed i buoni rapporti con la Sardaformaggi, ciò che può aver depotenziato le spinte cooperativistiche nella zona, le quali, com’è noto, hanno storicamente in Sardegna, in non pochi casi, una connotazione di “reazione” nei confronti degli industriali caseari (Bussa, 1978).

[6] La cooperativa derivante dall’accorpamento venne chiamata “La Concordia” a ricordo del gesto di unificazione.

[7] Ente di trasformazione fondiaria e agricola in Sardegna.

[8] Nel corso dell’esercizio 2001-2002 si contano 358 soci conferitori.

[9] Tale intervallo di tempo (dal 1970 al 1979) non è però omogeneo dal punto di vista delle intenzioni dei soci della Cooperativa; infatti, nella prima fase, diciamo fino al 1975, è possibile notare una certa prudenza che porta la Cooperativa stessa a non trasformare il latte direttamente, limitandosi esclusivamente a raccoglierlo e ad esercitare successivamente un certo peso contrattuale (peraltro assi limitato) nei rapporti verticali di filiera. Nella seconda fase, fino al 1979, pur essendovi una manifesta intenzione dei soci ad intraprendere la trasformazione diretta, al fine di ottenere più favorevoli condizioni di remunerazione della materia prima conferita, manifestarono il loro effetto una serie di ostacoli burocratici all’inizio delle attività. La prima fase descritta ricorda molto da vicino le vicende dei primi anni di vita della Cooperativa “La Rinascita” di Onifai (descritte nel capitolo sesto di questo volume).

[10] In sostanza, come previsto dall’art.2532 comma terzo del Codice civile, la Cooperativa “Sa Costera” diviene socio conferitore di un’altra cooperativa. La Società Cooperativa Pastori di Orune (NU), fondata nel 1937, possedeva in effetti, a partire dal 1956, propri impianti di trasformazione, con coefficienti di utilizzazione della capacità produttiva, al 1970, pari a circa il 50% (Pinna, 2003, p.143).

[11] Questo fenomeno non è isolato se si presta fede a quanto scritto da Pinna (2003, pp.127-128): «Il fallimento di molti caseifici e latterie sociali consolidò, con le conseguenti delusioni e i relativi danni, la naturale e istintiva diffidenza dei pastori e rafforzò il potere monopolistico dei gruppi industriali».

[12] Materialmente, la realizzazione e l’esecuzione del progetto furono curate dall’Etfas.

[13] Secondo il linguista dell’Università di Sassari Massimo Pittau, questo toponimo indica una tracciato di strada, citato anche nell’Itinerarium Antonini (redatto all’epoca dell’imperatore Caracalla, 211-217 d.C.), che collegava Cagliari a Olbia attraversando tutto il massiccio montano della Sardegna centro-orientale. Proprio lungo questo tracciato si trovava la mansione, presidiata da soldati romani, di Caput Tyrsi, cioè “Sorgente del Tirso”, localizzata nell’altopiano di Buddusò, a metà strada rispetto a Bitti, nella zona detta Romantzesu. Pittau esclude si tratti di una strada romana vera e propria, dato che non è mai stato trovato alcun resto archeologico o miliario; si tratterebbe, in realtà, di una serie di tratturi naturali, di cui l’Itinerarium si limiterebbe ad indicare il tracciato.

[14] In un’intervista, di recente, un importante imprenditore caseario di una sub-regione limitrofa a quella esaminata si è espresso, descrivendo tale momento evolutivo della filiera lattiero-casearia della Sardegna, dicendo che: «(…) si è registrata una costituzione a “pioggia” di cooperative (…) quasi in ogni comune (…) in modo irrazionale e disordinato, sovrapposte spesso nella stessa “zona omogenea”, nella quale in non pochi casi operavano già strutture di tipo “privato” che saturavano ampiamente la domanda» (cfr. Nieddu, 2002).

[15] Si tratta in sostanza dei proprietari di imprese capitalistiche di trasformazione del latte ovino. Negli studi sulla filiera lattiero casearia ovina della Sardegna, dal punto di vista terminologico, si contrappongono espressioni come “industriali” o “privati”, da una parte, e cooperative, dall’altra.

[16] In realtà, è probabile che il sistema delle caparre, in un contesto iniziale di sviluppo della filiera (per una periodizzazione cfr. Benedetto et al., 1995; cfr. anche il primo capitolo di questo volume), in cui si registrava una sproporzione della domanda rispetto all’offerta di latte ovino, possa aver avuto un ruolo assai positivo per le aziende pastorali sarde: «I pastori venivano incoraggiati a cedere il latte a prezzi che allora erano remunerativi, mediante caparre con cui essi potevano anticipatamente pagare gli affitti; l’industria in pochi anni prese un enorme e proficuo sviluppo e la Sardegna ne profittò per accrescere e migliorare i suoi armenti» (Lei-Spano, 1922, p.321, cit. in Idda et al., 1984).

[17] Tra l’altro, lo stesso sistema di raccordo con alcuni industriali (per esempio i Pinna di Thiesi, nella sub-regione del Mejlogu) aveva consentito agli stessi pastori di familiarizzare con fasi a valle rispetto a quelle della mera produzione e prima trasformazione del latte ovino; tipico esempio è costituito dalle cosiddette “caciare”, in sostanza delle strutture decentrate di raccolta e di salagione del formaggio che aveva subito una prima lavorazione da parte degli stessi pastori; il prodotto finito veniva poi acquistato interamente dagli industriali.

[18] Storicamente è opportuno comunque sottolineare che un’intensa attività di costituzione di “tancas” (cioè appezzamenti recintati con muretti a secco e di proprietà privata) si registra nella zona del Monteacuto (cui appartiene anche Pattada) e di Nule (paese che invece abbiamo inserito nella sub-regione su cui insiste la Cooperativa “Sa Costera”) anche prima dell’introduzione del cosiddetto Editto delle Chiudende (Regio editto del 6 ottobre 1820) (su questi aspetti cfr. Bua, 1995). In sostanza, sempre storicamente, i comuni di confine del Goceano con la sub-regione cui appartiene Pattada presentano interessanti analogie che possono aver prodotto effetti di lungo periodo sulla delimitazione dei confini del bacino latte della Cooperativa “Sa Costera”. Il Regio editto citato (detto anche “feliciano”) fu introdotto dal re di Sardegna Carlo Felice nel 1820 e diede corso ad un processo (peraltro più o meno intenso nelle varie sub-regioni) di privatizzazione delle terre, segnando tra l’altro una lunga stagione in cui: «(…) prepotenze ed angherie di ogni tipo» furono perpetrate dai notabili locali i quali «(…) facevano un uso smodato ed illegale di recintare le terre» (Bua, 1995, pp.291-292) «(…) a danno dei pastori e dei poveri delle campagne» (La Marmora cit. in Le Lannou 1941, p.158, citazioni riferite alla trad.it del 1979); per una disamina sulla situazione attuale dell’uso collettivo della terra in Sardegna, cfr. Nuvoli (2000).

[19] Continuando il confronto parallelo con la Cooperativa “La Concordia” notiamo che nello stesso anno, il 1979, la Cooperativa di Pattada lavorò un numero doppio di litri di latte, vale a dire ben 890.000 (Campus, 2001).

[20] Nel periodo che stiamo considerando, infatti, la quantità di latte trasformato cresce a tassi considerevoli; ricorrendo ai numeri indici (fatto pari a 100 il quantitativo trasformato nel 1979) e ponendo tra parentesi l’anno di riferimento, limitando l’attenzione al lasso di tempo 1979-1985 si ha la seguente sequenza: 244 (1980); 96 (1981); 137 (1982); 224 (1983); 489 (1984); 631 (1985).

[21] Le statistiche fornite dall’Ersat mostrano come il patrimonio ovino della sub-regione sia pari a 101.723 capi, quello bovino pari a 10.219 e quello caprino di circa 430 capi (La Nuova Sardegna, 5 novembre 1983).

[22] La Cooperativa entra nel nucleo fondatore del Corsorzio, con sede a Macomer (NU), il cui statuto, all’art.3, ricorda che tra le finalità istituzionali di tale cooperativa di secondo grado rientra, tra l’altro, la commercializzazione, in Italia e all’estero, dei prodotti delle cooperative aderenti; l’incremento, il miglioramento e lo sviluppo della produzione lattiero-casearia delle associate; la costruzione, se necessario, dei magazzini zonali, regionali e provinciali per le operazioni di raccolta, stoccaggio, salagione, selezione e vendita dei prodotti.

[23] Il Consorzio Sardegna, pur costituito legalmente già dal 1966, inizia ad operare effettivamente solamente a partire dal 1975 (Murtas, 1978).

[24] La Cooperativa, in sostanza a partire da tale data non conferisce più le proprie produzioni al Consorzio, similmente a quanto descritto da Vargas-Cetina (1993, p.353), con riferimento alla Cooperativa casearia di Bardia (nome fittizio per designare una località del nuorese), di cui al capitolo 10 di questo volume: «The Bardia cooperative diary had opted out of the Macomer cooperative on its own, without ever bothering to make official its de facto disassociation».

[25] Complessivamente, non più del 4% del fatturato può ascriversi a tale canale di distribuzione, inoltre, può sorprendere che una realtà aziendale come la Cooperativa di Anela, possa contare su di un solo punto vendita, soprattutto se si confrontano le dimensioni produttive di tale azienda con quelle della Cooperativa di Onifai (già descritta nel capitolo sesto di questo libro) che lavora latte in quantitativi tre volte minori, ma possiede addirittura tre punti vendita. Le spiegazioni sono da ricollegare oltre che a differenti traiettorie del portafoglio prodotti di queste due aziende (nel caso di Onifai, la dipendenza dal Pecorino romano è storicamente minore), anche alla localizzazione della Cooperativa di Onifai in un’area contigua a località a vocazione turistica (come Orosei, per esempio), da presidiare nei mesi estivi.

[26] L’andamento dell’export di Pecorino romano di questi anni è il seguente (numeri indici, ponendo 1984=100; tra parentesi l’anno di riferimento): 107 (1985); 104 (1986); 113 (1987); 118 (1988). Dal punto di vista produttivo, invece, contestualmente si sono registrati i seguenti valori (numeri indici, annata casearia 1984-85=100; tra parentesi l’annata di riferimento): 112 (1985-86); 124 (1986-87); 168 (1987-88); 143 (1988-89) (Fonte: Nostre elaborazioni su dati del Consorzio di tutela del Pecorino romano).

[27] L’Ara, Associazione regionale allevatori della Sardegna, mette a disposizione i suoi veterinari, ai quali i soci corrispondono una quota commisurata al numero di capi di bestiame.

[28] Il Consorzio Sardinian Coop Direct, con sede legale a Nuoro ed amministrativa a Macomer (NU), si occupa esclusivamente della vendita dei prodotti delle associate, che sono tutte imprese cooperative. Tale Consorzio può essere inteso come una cooperativa di secondo grado, in quanto è l’ultima unità del cosiddetto gruppo cooperativo, in pratica, le aziende facenti parte di questo gruppo si caratterizzano per dar vita ad una “catena di conferimenti”, che parte dai soci-allevatori che conferiscono la loro produzione alla cooperativa, la quale subordina la remunerazione del conferimento medesimo alla vendita del prodotto da parte del Consorzio stesso. Al giugno del 2003, le cooperative che vi aderiscono sono 5 (oltre quella di Anela, quelle di Bortigali, Carbonia, Guspini e Nuoro) per un totale di oltre 1300 allevatori; mediamente il fatturato registrato dal Consorzio si aggira intorno ai 4,5 milioni di euro (L’Unione Sarda, 28 gennaio 2001).

[29] Il Pecorino romano incide sul fatturato dell’impresa per l’88% nel 2000, l’89,7% nel 2001 e l’87% nel 2002.

[30] Al Consorzio Agriexport Sardegna, nato nel 1993, aderiscono attualmente 7 strutture cooperative; in un certo senso tale Consorzio rappresenta la formalizzazione di accordi informali consolidatisi tra le cooperative aderenti nel corso del tempo; in una prima fase della sua esistenza (1993-1997), il Consorzio si è limitato a svolgere attività di coordinamento delle produzioni delle cooperative consorziate, mentre, successivamente, oltre all’attività di concentrazione delle produzioni casearie (in specie di Pecorino romano), al fine di esercitare sui mercati un potere contrattuale maggiore, si riconoscono iniziative volte a favorire la specializzazione produttiva delle singole realtà cooperative in un contesto di maggiore diversificazione a livello di portafoglio-prodotti dell’intero Consorzio. Nel 2000, tuttavia, circa il 90% del formaggio commercializzato dal Consorzio era rappresentato ancora dal Pecorino romano, con un fatturato a livello consortile di circa 70 milioni di euro (pari a circa il 25-30% del fatturato dell’intero comparto caseario di trasformazione del latte ovino) (Fonte: Consorzio Agriexport Sardegna).

[31] Un contenitore equivale a 250 quintali di formaggio, ovvero mille forme di formaggio.

[32] Ricorrendo ai numeri indici, fatto pari a 100 il dato relativo al 1996 e dopo aver attualizzato i valori di bilancio secondo i coefficienti Istat aggiornati al mese di ottobre del 2003, la sequenza dei fatturati registrati dalla Cooperativa “Sa Costera” nel periodo 1996-2000 è la seguente (tra parentesi l’anno di riferimento): 100 (1996), 155 (1997), 86 (1998), 100 (1999), 127 (2000), 108 (2001), 89 (2002). Le evidenti flessioni registrate nel corso del 1998 e del 2002 sono ascrivibili, in parte, al pieno manifestarsi degli effetti del taglio dei sussidi all’export (si pensi che dal luglio del 1995 al giugno del 1997, la restituzione comunitaria è passata da 4.800 a 1394 lire), in parte, tale andamento è collegato ad una contrazione di rilievo della quantità di latte trasformato dalla Cooperativa (a causa di una cattiva annata di lattazione, ma anche per via della defezione, nel 1997, di un certo numero di soci come descritto più avanti).

[33] Il numero di soci è pari a 359 nel 2001 e a 386 nel 2002.

[34] Per il vero, le positive annate di raccolta del latte, a partire dal 1999-2000 (con l’eccezione della campagna 2001-2002), sono tali da più che compensare la perdita di materia prima ascrivibile alla defezione di questi soci conferitori.

[35] Pare che l’episodio abbia avuto origine in seguito alla mancata elezione di un candidato alla presidenza, sfociata appunto nella defezione degli allevatori (quasi tutti di Nule e di Benetutti) che lo sostenevano (L’Unione Sarda, 24 dicembre 1996).

[36] Benham e Keefer (1991) hanno inoltre posto di recente in relazione il grado di eterogeneità della base sociale delle cooperative con la lentezza e la onerosità dei processi decisionali d’impresa. Alesina e La Ferrara (2000), più in generale, mostrano come il grado di partecipazione alle attività sociali all’interno delle comunità sia influenzato dal grado di eterogeneità (sotto differenti profili) delle stesse.

[37] Fermi restando i problemi di agenzia che comunque affliggono i rapporti tra base sociale e management e già descritti nel capitolo secondo del volume.

[38] I dati diffusi dall’Ara per le aziende zootecniche conferenti materia prima nella Cooperativa di Anela evidenziano che: il 30% del totale è dotato di energia elettrica, il 24% di acqua potabile, il 71% di ricoveri razionali per il bestiame, il 50% di mungitrice e il 45% di tanks refrigerati. Uno studio di qualche tempo fa di Idda e Nuvoli (1981) poneva una relazione negativa tra il grado di modernità della conduzione dell’azienda zootecnica e l’età dell’allevatore a capo della stessa azienda.

[39] È interessante notare che in letteratura (Hansmann, 1996; Holmström, 1999) l’esistenza stessa delle cooperative è stata “giustificata” in contesti in cui le opzioni di exit di agenti portatori di input specifici erano limitate o, al limite, nulle.

[40] Con riferimento alle cooperative, Eschenburg (1994, p.884) analizza i molteplici effetti sulla condotta del management connessi sia all’opzione “exit” che a quella “voice”. Tale autore, tuttavia, analizza anche i possibili significati di atteggiamenti “non-exit” e “non-voice”, i quali, comunque, possono “mascherare” situazioni di malcontento della base sociale.

[41] Il quantitativo di materia prima trasformata, oscillante, a partire dal 1987, tra i 5,5 e i 6,5 milioni di latte ovino, rappresenta un valore ragguardevole, sia se confrontato con la media delle cooperative casearie regionali che con quella delle imprese capitalistiche del settore. I dati riportati in Nuvoli et al. (1999), riferiti al 1996, evidenziano una quantità annua mediamente trasformata dalle cooperative di 3,18 milioni di litri, mentre, le imprese capitalistiche mostrano valori prossimi a 4,53 milioni.

[42] Lo schema utilizzato è adattato da Idda e Nuvoli (1981, p.216).

[43] Sul finire degli anni Ottanta, De Castro (1989, p.207) segnalava un coefficiente di utilizzazione medio per le cooperative casearie della Sardegna intorno al 60%.

[44] Tale opzione ha anche ripercussioni in termini di incidenza del costo di trasporto per litro di latte. Pur non esistendo una letteratura al riguardo, gli elementi raccolti nella stesura del volume portano a pensare ad una notevole “sensibilità” delle cooperative casearie rispetto al tema dell’incidenza del costo del trasporto per litro di materia prima trasformata, che tenderebbe de facto ad “irrigidire” i confini del bacino latte di tali imprese. Ayora-Diaz (1993, pp.177-178) descrive come i soci conferitori di una cooperativa casearia vennero, nel 1992, esclusi di fatto dalla possibilità di conferimento perché operanti in una sub-regione geograficamente distante, a causa della eccessiva incidenza del costo del trasporto del latte da quelle località, con mezzi sociali. In un’intervista condotta ai responsabili di un’importante impresa capitalistica casearia, invece, si dichiara che: «(…) noi andiamo a prendere il latte anche quando i conferenti dispongono di pochissimo latte (…) in pratica, i camion fanno tanti chilometri per pochi (in proporzione) litri di latte» (intervista al direttore produzione della Sardaformaggi s.p.a. cit. in Nieddu, 2002). È ovvio che, in contesti, sempre più diffusi, di riduzione delle quantità di latte ovino destinate all’autoconsumo dell’allevatore e della sua famiglia, la fornitura del servizio di raccolta per un più lungo periodo di tempo può rappresentare un importante elemento discriminante nella decisione di conferimento. Dal punto di vista dell’economia dell’impresa cooperativa, del resto, si tratterebbe di stimare la somma algebrica di una serie di “componenti economiche” di segno opposto. In termini “positivi”, possiamo ricordare senz’altro: l’incremento di materia prima da trasformare, con una conseguente migliore saturazione degli impianti produttivi ed una riduzione del costo di trasformazione per litro di latte; l’instaurazione di relazioni di lungo periodo con componenti della base sociale, distanti dal baricentro geografico della cooperativa, con evidenti riflessi in termini di attenuazione di comportamenti opportunistici da parte dell’allevatore e probabile innalzamento della qualità del latte conferito. Sotto il profilo negativo: la già ricordata presumibile iniezione di eterogeneità all’interno della base sociale, con tutte le ripercussioni sui processi decisionale dell’impresa cooperativa; la maggiore incidenza del costo di trasporto per litro di latte, che si tradurrebbe, ceteris paribus, in una riduzione della remunerazione della materia prima, e che rappresenterebbe il “contributo” (unitario) gravante su ciascun membro della base sociale a causa dell’ingresso del socio “distante” dal punto di vista logistico. In effetti, anche in letteratura (Nilsson, 1996, p.114) si discute sull’opportunità di una politica di neutralità della distanza (neutrality distance): «Members who live close to the cooperative’s plants are paying for members who living far away. There are cases (in Sweden) in which collecting the milk from a remote dairy farmer costs more than double the price it yields». La dimensione geografica del bacino latte, “misurata” in termini di costo di trasporto per unità di materia prima, è così rilevante ed accettata dalle cooperative casearie sarde, tanto da tollerarsi, in taluni casi, de facto, la possibilità per un allevatore che disponga di allevamenti in zone abbastanza distanti tra loro, di conferire contestualmente all’impianto cooperativo e ad un’altra realtà produttiva (anche di tipo capitalistico).

[45] I dati dell’Ara evidenziano nella sub-regione in questione una dimensione media dell’azienda zootecnica che si aggira intorno ai 220 capi ovini.

[46] Attualmente la Cooperativa impone ai soci-conferitori rigidi controlli igienico-sanitari svolti da un laboratorio di analisi dell’Ara. Tali controlli sono a campione ed effettuati senza preavviso. Tale contesto dovrebbe indurre il pastore ad avere una maggiore cura nei confronti del proprio prodotto la cui retribuzione è direttamente proporzionale al grado di pulizia e sanità riscontrato durante i controlli. L’eventuale rifiuto da parte dell’allevatore di far compiere all’incaricato dell’Ara le analisi del prodotto o i prelievi dei campioni è punito con le sanzioni stabilite dal Regolamento interno. In particolare il Regolamento interno prevede sanzioni per i soci che non curano l’igiene del prodotto o che apportano adulterazioni. In quest’ultimo caso, alla terza infrazione, il Consiglio di amministrazione della Cooperativa delibera automaticamente l’esclusione del socio recidivo, al quale verrà comminata, in aggiunta, una penale e non verrà computato il latte conferito nei trenta giorni precedenti. È chiaro comunque che un atteggiamento sanzionatorio è solamente il primo passo verso una “cultura” della qualità della materia prima conferita.

 


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